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Intervento Prof. D. Pisana. Rosolini, 29/05/2011

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Recensione Prof. Vincenzo Campisi, presentazione del libro febbraio 2010- Ispica.

Le ragioni della leggerezza nella produzione letteraria di Daniela Fava

di

                                                                                                                 Vincenzo Campisi

Premessa

Le riflessioni che questa sera proporrò, commentando i primi due romanzi di Daniela (Storia di un amore infelice e Le radici dell’amore) e il suo ultimo romanzo Con l’inferno nel cuore, poggiano su quella che ritengo si possa definire una delle più alte finalità della comunicazione letteraria: offrire al lettore la possibilità di vedere sé stessi vivere nell’opera, immedesimandosi in un personaggio in modo più o meno diretto; in questo modo il lettore ha la possibilità di giudicare sé stesso dall’esterno, e quindi migliorare il proprio stare al mondo.

Nel mio intervento, cercherò, nello specifico, di individuare le ragioni di una vita improntata alla leggerezza esistenziale che si possono rintracciare nella produzione letteraria di Daniela.

Assunto di fondo che anima questo mio intervento è, infatti, che la letteratura possa contribuire a farci vivere la vita con leggerezza.

Tenterò, pertanto, di mostrare come in tutte e tre le opere di Daniela sia possibile cogliere una linea tematica comune: l’Amore va vissuto come dirompente carica vitale che non deve mai appesantire la nostra vita, gettando nello sconforto l’animo umano.

È proprio l’invito indiretto alla leggerezza che conferisce spessore letterario all’opera: la letteratura, è bene ricordarlo, ha anche funzione consolatoria, terapeutica, in quanto ha in sé la potenzialità di curare le ferite dell’animo umano.

Pur avendo nella finzione la sua ragion d’essere, il suo tratto distintivo, l’opera letteraria possiede il requisito della verosimiglianza e pertanto assolve a due importanti compiti, uno conoscitivo e uno esistenziale; da una parte offre al lettore la possibilità di conoscere situazioni che nella vita potrebbero essere vissute in prima persona, dall’altra offre la possibilità di riflettere criticamente su queste situazioni e di elaborare strategie esistenziali per fronteggiarle qualora dovessero essere vissute realmente; la lettura di testi letterari, insomma, ci fa trovare meno impreparati di fronte alle particolari situazioni che la vita può serbarci.

Aspetti linguistici

Prima di addentrami nell’analisi tematica del romanzo, mi ritengo opportuno precisare che l’opera, chiaramente, non ha solo pregi contenutistici, ma anche formali.

Per le mie osservazioni sugli aspetti formali prenderò in esame in primo luogo l’uso della lingua rispetto ai primi due romanzi in cui è presente un uso particolarmente sorvegliato della lingua, specie nei dialoghi, dove era difficile trovare espressioni tipiche del parlato.

Con l’inferno nel cuore è invece particolarmente ricco di dialoghi, in cui i tratti del parlato sono più frequenti (che sentivo il cuore come se stesse per saltare giù dal petto, esempio di ‘che’ polivalente, p.20) e ciò contribuisce non poco a vivacizzare la narrazione, ma soprattutto a farla sentire come un pezzo di vita reale. 

A conferire valore letterario al romanzo contribuiscono vari elementi:

  1. accostamenti particolari tra sensazioni e immagini reali che sottolineano le sensazioni stesse: tutti i mie buoni propositi erano svaniti insieme al fumo grigio di quel treno in corsa, p.63;
  2. paragoni la cui carica semantica fa eco agli aggettivi delle proposizioni seguenti: Elena si lasciò andare come immersa in una danza vorticosa, si lasciò cadere sul freddo pavimento – l’aggettivo “freddo” carica di significato l’immagine suggerita dalla danza vorticosa;
  3. descrizione di paesaggi capaci di procurare un godimento estetico al lettore: in questi giorni di dolore, un’immagine mi è sempre apparsa davanti agli occhi: una verde distesa cosparsa qua e là da qualche albero e con molte margherite intorno, poi non molto distante l’azzurro del mare, “Storia di un amore infelice”, p.44.

Nei romanzi di Daniela possiamo, inoltre, osservare quei “requisiti” di letterarietà delineati da Calvino nelle sue famose Lezioni americane.

♦ Leggerezza (avrò modo di parlarne in seguito)

♦ Rapidità (ricerca di espressioni capaci di esprimere pensieri complessi in modo rapido, conciso: Di lei non rimase che una sottile striscia di fumo che, lentamente, veniva spazzata via dal vento, che sempre più minaccioso, si era levato insieme alla pioggia che non si decideva a dar pace - descrizione del momento in cui Stefano vede allontanarsi il treno che porterà via dalla Sicilia Elena, quel treno che avrebbe voluto raggiungere prima che partisse: poche parole per descrive la complessità dello stato d’animo di Stefano, il tumulto dei suoi sentimenti contrastanti (p.57).

♦ Esattezza (disegno ben definito dell’opera; in questo Daniela è particolarmente brava, il romanzo è congegnato e scritto in modo tale che il lettore, nonostante le numerose anacronie, ricostruisce con facilità la struttura del racconto).

♦ Visibilità (produzione di immagini visuali che il testo genera nel suo fruitore: per me le stelle in cielo non avevano più alcun senso: avevo perso colei che me ne aveva regalata una e senza di lei, quel cielo, non era più lo stesso – l’immagine del dono di una stella da pare di un’innamorata è particolarmente suggestiva).

♦ Molteplicità (molteplicità di aspetti che caratterizza ogni uomo: Durante i tristi giorni della sua malattia, egli si chiedeva se questo fosse una castigo di Dio per aver abbandonato l’abito religioso e per il peccato commesso – tormento di un uomo che si arrovella nel tentativo disperato di trovare una fra le molteplici possibili ragioni che lo hanno condannato ad un’esistenza infelice -  “Storia di un amore infelice”, p.54).

Aspetti tematici

Ma veniamo agli aspetti tematici dell’opera di Daniela.

In ciascun romanzo l’amore viene visto come una forza in grado di determinare in negativo il corso dell’intera esistenza dei protagonisti; in particolare, vengono narrati tre tipi di amore infelice: un amore peccaminoso tra una donna e un frate (Storia di un amore infelice), un amore sconvolto da un tradimento e da una separazione (Le radici dell’amore), un amore adulterino (Con l’inferno nel cuore).

Lorenzo e Anna, protagonisti del primo romanzo, vivono una travolgente storia d’amore che farà condurre loro un’esistenza travagliata.

Maria e Carlo, protagonisti del secondo romanzo, vedranno infrangersi il loro “sogno” d’amore coronato dal matrimonio e vivranno la tragedia della distruzione della tranquillità familiare.

Stefano ed Elena, nell’ultimo romanzo, vivranno un amore adulterio che segnerà profondamente la loro vita.

Leggendo questi tre romanzi, e in particolare l’ultimo, il lettore ha così modo di riflettere su come troppe persone si distruggano la vita perché la caricano di un peso che in natura non esiste. Se avessero preso la vita con più leggerezza, i protagonisti dei romanzi non avrebbero di certo vissuto un’esistenza tormentata. Il lettore comprende cioè che l’uomo con le sue sovrastrutture è in grado di rovinare la sua esistenza, un’esistenza in cui la natura, molto spesso, pone le condizioni affinché venga vissuta serenamente.

C’è un passo del primo romanzo che sintetizza efficacemente questo concetto. Lorenzo, per il suo rapporto carnale con Anna, viene allontanato dal convento in un clima di forte pesantezza:

 

                        Il padre guardiano aveva dato ordine agli altri frati di non salutarlo

prima della partenza; infatti, per i corridoi e lungo il viale del convento, c’erano soltanto le mosche che col loro ronzio riempivano quel triste silenzio.

Eppure, quando Lorenzo

si accingeva ad aprire il cancello […] camminava a passo lento e ogni tanto guardava la distesa fiorita, quella stessa distesa che, al suo arrivo, l’aveva abbagliato di bellezza. (p.25)

 

Quella distesa fiorita è lì a ricordarci che per noi è sempre possibile trovare un fiore nella distesa della desolazione che riusciamo a costruirci quando ci lasciamo vincere dal potere delle parole.

Quest’ultimo romanzo di Daniela è denso di frasi che invitano alla riflessione:

“Ero sposato da un anno con una donna che amavo più con la testa che con il cuore, nonostante ciò, la sposai” (p.11). Questa frase rende ragione di quanto dicevo: troppe volte nella vita ci lasciamo guidare dalla testa, simbolo delle parole razionalizzanti, più che dal cuore, simbolo delle parole millenarie che la saggezza della natura vi ha impresso.

Una particolarità del linguaggio di Daniela è il descrivere contenuti di spessore con un linguaggio centellinato nelle parole, quasi a voler solo limitarsi a suggerire uno spunto per riflettere.

Con queste poche parole viene descritta, ad esempio, tutta la sofferenza che provarono tanti Italiani che coltivarono il “grande sogno” americano: i genitori di Elena “nel pianto e nella totale disperazione, avevano attraversato l’Oceano per una vita migliore” (p.18).

La scrittura di Daniela diventa, invece, più ricercata quando vengono narrati momenti che, più che indurre alla riflessione, sono volti a procurare diletto nel lettore, come la descrizione delle sensazioni che si provano nella fase del primo innamoramento:

 

come era potuto succedere che io provassi una così forte attrazione per una ragazza che io nemmeno conoscevo, una sorta di stordimento dei sensi che non mi permetteva di muovere una arto, tanto era il potere di quella bellezza che mi attirava a sé […] mi sembrava di impazzire, non capivo il perché delle reazioni avute prima, quel sudore freddo alle mani, l’angoscia che tentava di divorarmi lo stomaco, ancora non riuscivo a capacitarmene (p.19).

 

Notevole pure la descrizione dei momenti antecedenti al primo rapporto carnale:

Lei lo voleva, lo voleva tantissimo. Desiderava essere dominata da quel giovanotto dai folti capelli scuri e dagli occhi simili a due chicchi di caffè […] ma allo stesso tempo sentiva dentro di sé tanta paura, poiché le venivano alla mente le raccomandazioni dell’austero padre […] Indebolita da quelle sensazioni […] aprendo la bocca per ricevere altri baci, si abbandonò volontariamente, avvinta dalla pressione del desiderio (p.35).

 

Fra le righe di questa descrizione, possiamo leggere anche un importante concetto che aleggia per l’intero romanzo: la sicilitudine.

Una delle caratteristiche della condizione di essere siciliani, che agisce ancora oggi potentemente, è il senso dell’onore.

Stefano, dopo avere appreso che Elena aspetta un figlio da lui, prova un senso di forte tormento, perché “aveva quell’insopportabile onore da salvare al paese, la bella immagine che gli altri si erano fatta di lui, custodita dal giovane come un tesoro geloso da difendere a tutti i costi, anche al prezzo della propria felicità” (p.53).

Il padre di Elena, quando scopre che la figlia è incinta, esclama: “dammi l’indirizzo di quel delinquente”. Un lettore attento non può non osservare tutta la pochezza intellettuale che c’è dietro quel “delinquente”; delinquente viene giudicato un uomo che è un affermato professore, la cui unica colpa è l’aver voluto concepire un figlio.

 

Daniela, quando affronta concetti complessi, usa parole sobrie, senza voler mai ammaestrare. La sua è una letteratura dai risvolti pedagogici mai diretti. Tende ad ammaestrare senza opprimere il lettore con toni moraleggianti.

Ecco come descrive il risultato di un matrimonio fatto con la testa più che col cuore:

per me, quello, non era mai stato un matrimonio, ma una gabbia dentro cui vedevo intrappolati, giorno dopo giorno, i mie sogni le mie ambizioni, la mia stessa vita, era ciò che si suol dire una bella messa in scena: tutto perfetto agli occhi della gente […] ma io soffrivo e quella vita infernale l’ho pagata col pianto, un pianto interiore che non aveva nemmeno il coraggio di uscire fuori, talmente ero attaccato all’immagine che avevo di me (p.64).

 

Non mancano, tuttavia, pagine in cui la lingua viene usata con ricercato compiacimento, per far riflettere su quanto duro possa essere il destino per chi non sa reagire.

Stefano, dopo essere stato con una prostituta, prova un senso di disagio profondo: “Tutto questo accade quando il dolore paralizza perfino la ragione e ci conduce tra i vicoli ciechi della vita, senza freni o inibizioni di sorta; quando un fiume di malinconia decide di farci approdare all’inferno”.

Un altro grande pregio del romanzo di Daniela è la presenza di spunti di riflessione filosofica.

La maggior parte della gente vive ogni giorno una vita fittizia, nascondendosi dietro falsi idoli, falsi miti, dietro la menzogna dell’ipocrisia; noi invece, vivremo semplicemente l’apparenza di una vita che noi stessi abbiamo scelto di vivere e che gli altri credono sia vera, e sarà talmente vera che gli altri crederanno invece essere falsa, mentre la falsità si nasconderà nella sua stessa apparenza (p.83).

Questo passo del romanzo è uno dei più intensi, perché in poche parole viene condensata un’intera filosofia esistenziale.

John, il medico che aiuta Elena dopo il suo ritorno in America, le offre di salvare le apparenze, chiedendola in sposa, chiedendole di condurre un’esistenza in cui l’apparenza, la finzione è l’unica ragione che suggella la loro unione. E sarà proprio grazie a questa finzione che appariranno come una coppia perfetta, perché questa unione nasce per apparire perfetta. Ma come tutte le unioni che appaiono perfette, verrà giudicata dalla gente come un rapporto di facciata, finto: l’apparenza della perfezione del rapporto mette così al sicuro il segreto della loro unione in matrimonio.

Il nocciolo della filosofia esistenziale contenuta in queste poche righe è tutto qua: nell’apparenza si può condurre un’esistenza che mette al riparo dai giudizi che le persone possono dare sul nostro “io reale”; il nostro “io apparente”, ossia il nostro io costruito, può anche essere oggetto di critiche, ma fino a quando non viene attaccato l’io reale, i giudizi altrui ci toccano solo leggermente. Anzi di questi giudizi possiamo anche sorriderne, perché provengono da persone che non sono state capaci di vedere ciò che realmente siamo.

A questo punto ritengo possa apparire più chiaro quanto dicevo in apertura: uno dei più grandi poteri della letteratura è vedere vivere tra le pagine di un libro la propria esistenza. Daniela ci offre in modo suggestivo un’immagine di questo concetto: “a Elena sembrava piacere quella vita insieme a John, fatta di bugie, di falsità nei confronti della gente che, come spettatori, assisteva a teatro ciò che i due sposi recitavano: una felicità apparente, un bel matrimonio, un grande amore”.

Non è dunque un caso che il tema dell’apparenza domini a più riprese nel romanzo; rivolgendosi a Stefano, che dopo tanti anni si è deciso ad andare in America a cercar la sua amata, Elena proferisce queste parole, cariche di profondi significati: “Il tuo errore è stato nel voler salvare a tutti i costi l’apparenza, la tua reputazione, la tua falsa immagine, vivendo continuamente nell’ipocrisia e in quell’inferno che ti circondava”. Ecco dunque che cos’è l’inferno: l’ipocrisia.

Il tema dell’apparenza viene trattato in modo notevole in quella parte in cui si narra dell’episodio che dà il titolo al romanzo. Dopo che Stefano ha lasciato partire Elena, capisce “che quella che ha condotto non è stata una vita, ma un inferno, un inferno, sì, e l’inferno era dappertutto, ma soprattutto lo era nel mio cuore” (p.103).

Ma Daniela ci ricorda anche che l’apparenza dell’esistenza non va mai giudicata  con superficialità, con leggerezza, quasi a voler ricordarci che l’apparenza è una condizione dell’esistenza, non l’esistenza in sé. Parlando del tradimento, lo riconduce a uno spiazzamento della volontà, un deragliamento dalla realtà che ci ha dato dolore, una terza via. Pertanto, prima di giudicare è ben pensare che “ci sono cose nella vita che, all’apparenza sembrano molto semplici da spiegare, ma che in realtà sono molto ingarbugliate, e possono suscitare giudizi negativi da parte di chi osserva dall’esterno” (p.136).

Il tema dell’apparenza è anche presente in modo significativo nel romanzo Le radici dell’amore. Il padre della protagonista consiglia alla figlia di tornare col marito fedifrago per salvare le apparenze. Apparenze che hanno fatto gonfiare di dolore gli occhi di Maria e conoscere il dramma della depressione, fino a colpirsi con una lametta durante una crisi intensa, tentando di distruggere la bellezza del suo corpo, una bellezza che avrebbe potuto salvarla; la cura e l’attenzione alla bellezza spesso viene intesa e giudicata coma vanità, mentre invece possono essere più di un’ancora di salvezza, configurandosi come un valore da coltivare: la bellezza ci salverà!

Le vicissitudini attraversate da Maria hanno fatto nascere in lei un convincimento profondo, che si rivela un grande insegnamento: “la vita mi ha insegnato che devi prima rendere felice te stesso, poi pensare alla felicità degli altri! E prima di imparare questo, ero diventata ciò che gli altri volevano, non ciò che volevo essere io”, p.72.

È questo, a mio avviso, un grande insegnamento, niente affatto egoistico: solo rendendo felici sé stessi, si potrà poi rendere felici gli altri; solo dopo aver seguito questo insegnamento Maria potrà dire di essere la “mia Maria”, p.82.

È con un’ultima riflessione tratta dall’ultima pagina del romanzo che vorrei concludere: la vita è certo contraddizione (la vita è anche la morte, il piacere è anche dolore e la felicità è anche sofferenza), ma, vista con leggerezza, la vita è un continuo arrivederci, basta non guardare la vita con l’inferno nel cuore.

 

P.S. Se mi è concesso qualche minuto ancora, vorrei leggere una pagina del romanzo in cui, più che in certi manuali specialistici di scrittura creativa,  Daniela riesce a farci capire che cos’è la magia della scrittura. Quelle che sto per leggervi sono le parole con cui Elena descrive la sua tecnica di scrittura :

Come faccio a scrivere queste storie? Le sogno, le immagino, a volte provo persino a viverle e sento che quei personaggi sono tutti racchiusi dentro di me. Per me quei personaggi e le loro storie sono vive. Attorno a me le mie eroine esistono: vivono in me. Io le evoco mentre con la mente le creo, ed esse vengono, perché sono io che do loro una forma, ed esse, quindi, mi appartengono. Quando scrivo la loro storia, io sono presa da un’emozione molto forte, che quasi mi affoga. È come se stessi narrando la storia di una persona che adoro. Quando scrivo sono felice, e mi entusiasma l’idea che le mie creature, con i loro dilemmi, i loro amori, con il loro coraggio, faranno palpitare altri cuori. E altri come me, sogneranno ad occhi aperti.

 

 

 

Recensione Prof. Vincenzo Campisi, presentazione libro-Modica

Profilo psicologico dei personaggi del romanzo Con l’inferno nel cuore di Daniela Fava

Modica, 06 novembre 2010

In questo mio intervento traccerò, per grandi linee, un profilo psicologico dei protagonisti dell’ultimo romanzo di Daniela. In particolare mi soffermerò sulla figura di Stefano, mettendo in evidenza quali tratti del suo pensiero fanno sì che in lui si incarni la figura di uno dei personaggi negativi del mondo contemporaneo: l’inetto.

S. è un uomo che sposa una donna che “ama più con la testa che con il cuore” e che intreccerà una relazione adulterina con Elena, una relazione che lo farà vivere con l’inferno nel cuore. Un inferno che S. stesso, con la sua inettitudine, contribuirà a creare.

S. incarna bene una tipologia di persona oggi molto frequente, una persona adulta, istruita, ma incapace di assumersi le proprie responsabilità di padre, quando scopre di aspettare un figlio da un’amante, perché non vuole sporcare la sua immagine in società con un divorzio.

S., come tante altre persone, finirà per vivere un’intera esistenza angosciato da sensi di colpa, primo fra tutti quello di essere stato incapace di capire la natura profonda delle ragioni del proprio cuore e di quello dell’amante.

Prima di procedere oltre nell’analisi dei personaggi, ritengo opportuno precisare che le riflessioni che farò questa sera fanno leva su una delle funzioni più importanti della letteratura: amplificare le nostre possibilità conoscitive per affrontare future situazioni di vita analoghe a quelle descritte nei romanzi.

La lettura di un romanzo, infatti, ci induce a riflettere, in modo più o meno conscio, sulle nostre possibili reazioni qualora ci trovassimo in condizioni di vita analoghe a quelle narrate e ci induce ad elaborare strategie e atteggiamenti da assumere per affrontarli.

Tengo a evidenziare, inoltre, che ciò che dirò, altro non è che il frutto del mio personale giudizio sul personaggio S. Il mio parere, pertanto, non vuole porsi come un giudizio morale, quanto piuttosto come un giudizio estetico.

La vita, a mio avviso, va vissuta anche per costruire nella propria mente un repertorio di esperienze belle, ma spetta a noi ingegnarci per porre le condizioni di una vita bella.  E S. è incapace di porre proprio queste condizioni.

Sposa una donna dopo un fidanzamento di poco più di un anno, ben sapendo che non era la sua principessa. Quando sua moglie è incinta, si illude che la nascita del figlio possa far cambiare qualcosa, pensiero tipico di chi non ha ben chiaro cosa significhi amare la propria donna. Una donna che S. sceglie anche perché andava bene alla sua famiglia, chiaro segno di chi sceglie la propria metà non tenendo in alcun conto le ragioni del cuore.

Quando conosce E., l’amante, S. inizia a conosce tutti i “sospiri” dell’amore. La prima volta che la incontra, sente “il battito del suo cuore invadere i timpani e fondersi con la luce di quegli occhi intimiditi”.

Ma è  ormai sposato e non prende in considerazione l’ipotesi di una separazione da sua moglie, neppure quando viene a sapere che E. aspetta un figlio da lui, perché S. è un uomo che vive per “l’occhio sociale”, un uomo che pensa alla società come a un’entità che non potrebbe capire le ragioni di una separazione.

Ritengo che ci sia un motivo ben preciso per cui Daniela si soffermi a descrivere la magia dell’innamoramento, con espressioni particolarmente suggestive, come queste: S. pensa alla “curva rosa delle guance, ai suoi lunghi capelli chiari agitati come dal vento autunnale, al calore dei suoi occhi in cui si perde come colui che percorre un campo di grano e, correndo tra una spiga e l’altra, sente un’ondata di sudore ricoprirgli il volto”

La cura che dedica nella descrizione delle emozioni che accompagnano l’innamoramento sembra voglia essere un invito a riflettere su quanto importante sia l’Amore nella società odierna che sempre più, proprio come S., coltiva il culto dell’immagine più che quello della propria persona.

E., simbolo delle ragioni del cuore, dell’Amore, è infatti capace di riflessioni particolarmente profonde: un giorno, parlando delle linee che abbiamo sul palmo della mano, dice a S.: “Non conta tanto quello con cui sei nato, le linee della mano cambiano via via che uno cambia, conta ciò che nella vita vuoi fare di te stesso”.

Attorno a questa riflessione di E. ruota l’intera struttura narrativa del romanzo, che da qui in poi è un susseguirsi delle scelte di vita sbagliate di S. che lo faranno vivere con l’inferno nel cuore.

S., infatti, pur sapendo che sua moglie è “fredda, acida, un sasso”, non è capace di troncare. Quando è a casa con la moglie è “sempre nervoso, ansioso, non riesce mai ad essere veramente felice”; con E. invece trascorre ore travolto dall’euforia.

La cappa di convenzioni sociali  pesa anche sui momenti precedenti al loro primo rapporto carnale: poco prima di congiungersi, lui si vergogna di non saper gestire la propria virilità e lei è tormentata dalle raccomandazioni paterne, un siciliano emigrato in America, profondamente legato alle tradizioni siciliane in tema di relazioni sentimentali.

S. vivrà così con un grosso peso sulla coscienza che gli schiaccia lo stomaco, avvilito per aver fatto un torto a sua moglie e a suo figlio. In bilico tra il desiderio che tutto ciò che ha fatto potesse svanire di colpo e l’ansia di non voler dimenticare quello che era successo.

Anche dopo la nascita del figlio, S. non riesce a togliersi dalla mente E., con cui farà l’amore più volte; ma sul loro rapporto presto comincia ad aleggiare un’aria di decadenza: il loro reame d’amore in cui consumano i loro amplessi sono quattro fradice mura di una vecchia casa in un giardino.

Quando E. gli chiede cosa provi per lei, S. le dice che non la ama perché si può amare solo una donna e lui ama la donna che ha sposato; ma sa bene che dice ciò solo perché prova il senso di colpa di aver infranto il sacro vincolo del matrimonio.

Eppure Concetta, sua moglie, lo opprime al punto tale da rendergli la vita impossibile: sarà solo per non sopportare le sue scenate che deciderà di vedere di meno E. A prendere questa decisione contribuisce anche la paura di vedere saltare in aria i sacrifici di una vita: moglie, figlio, carriera.

Ma tuttavia S. sa bene che il suo comportamento è da vigliacchi.

Quando il Dottore, altro personaggio del romanzo a cui S. racconta la sua vita, gli fa notare che “a far predominare l’orgoglio sui sentimenti, si finisce per rimanere affogati in un mare di rimorsi e di rimpianti”, S. oppone una debole difesa, sostenendo che allora era il 1969.  I sentimenti profondi delle persone, però, non cambiano in pochi decenni, come possono cambiare i costumi, le abitudini. Inoltre, la consapevolezza di far soffrire qualcuno quando si gioca con i suoi sentimenti è un sentimento che non conosce età. S. sa bene tutto ciò: per questo in tanti anni non è stato in grado di trovare pace.

Il suo tormento è quello che vive un uomo che ha commesso un errore madornale nella propria vita, pienamente consapevole di commetterlo. Quando infatti E., prima di far ritorno a New York, gli dice che aspetta un bambino, S. capisce che “l’unica cosa che non avrebbe potuto fare era lasciare sua moglie per seguirla”, e in quella certezza percepisce le tracce del dolore della sua vita futura.

Alla donna che gli ha fatto capire che l’amore è una “coperta che ti fa stare al caldo tutta la vita, ma toltala, fa sentire freddo”, S. non regala la gioia più grande per una donna: vedere il proprio partner esultare all’esito delle analisi che confermano una gravidanza; resta indifferente, eppure sa che vorrebbe partire con lei, “ma aveva quell’insopportabile onore da salvare in paese, la bella immagine che gli altri si erano fatta di lui, da difendere anche al prezzo della propria felicità”.

S. ha piena consapevolezza di essere un inetto, un vigliacco e se ne rende pienamente conto quando prova una forte amarezza nel guardare la finestra della casa da cui tra poco uscirà E. per prendere un treno per fare ritorno in America, ma non riesce a trovare il coraggio per correre da lei.

Rocambolescamente, cercherà di raggiungere il treno in partenza, ma non ce la farà e urlerà al vento il suo amore, sperando che il vento porti le sue parole a E., ma invano: da quel 14 aprile 1969 S. sa che inizia la sua “non vita”.

Una vita in cui il matrimonio verrà vissuto da S. come una gabbia, una bella messa in scena che pagherà con un pianto interiore: a S. è ben chiaro che la vita vera era svanita insieme col treno che ha portato E. via.

S. pagherà amaramente la sua inettitudine, finirà per passare da un’etèra a un’altra perché con “il buio nell’anima, il dolore paralizza la ragione e conduce tra i vicoli ciechi della vita senza inibizioni di sorta e il fiume della malinconia ti porta all’inferno.”

L’inettitudine di S. è tale che deciderà di andare a New York solo dopo che scoprirà un tradimento della moglie, sentendosi quasi “autorizzato”; nel viaggio che lo condurrà negli USA, proverà addirittura un’insana sensazione di invidia al pensiero che qualcuno possa averla posseduta o sposata, è “attanagliato” da questa idea, è geloso!

Quando, giunto a N.Y., inizialmente, non riesce a trovarla, pensa subito che se non dovesse più rivederla, finirà per rifugiarsi nella sua inettitudine. S. cioè percepisce se stesso come persona incapace di essere protagonista della propria vita: si lascia vivere dagli eventi.

Quando poi, a causa di alterne vicende, S. finirà per essere ospitato nella casa di E. e del dott. John, suo marito, lacerandosi al pensiero che il medico possa possederla, cercherà di convincere E. che lei non ama J. come ha amato lui. E. gli dirà una definizione d’amore che spalanca un ritorno di fiamma: “”L’amore è simile al sole: scalda, irradia, illumina ovunque e chiunque, ma è anche freddo, buio, desolazione. Se ne sente il bisogno per riempire quel vuoto che abbiamo dentro, per cui chiediamo di essere amati; essere amati per essere felici”.

Ma il ritorno di fiamma S. lo vive con l’inferno nel cuore: se E. è attratta da questo amore ambiguo, S. capisce di dover ripartire per non rovinare di nuovo la vita di E., ma poco prima di partire le dice che spetta a E. decidere tra lui e J. Cioè ancora una volta non è in grado di assumere una decisone.

Eppure S. capisce bene che E. è di nuovo presa, perché piange lacrime amare al pensiero che lui parta, non vuole perderlo un’altra volta.

Quando S. le dice che sta per darle l’ultimo bacio prima di partire, E. pensa che non poteva essere l’ultimo bacio, ma che ne sarebbero seguiti altri cento, mille, infiniti baci. “Io ti seguirò! Anche se questo amore dovesse trascinarmi all’inferno, io ti seguirò!”

Ma S. decide di partire, dimostrandosi ancora una volta incapace di capire che può essere l’artefice della propria vita e incapace di cogliere le ragioni dell’amore autentico provato da E.

A riprova della sua inettitudine, dopo la sua partenza, farà pervenire a E. un telegramma per comunicare la sua morte in un incidente stradale.

Quando, a conclusione del romanzo si rincontrano, E. tirerà le fila della loro storia, condensando in poche parole un’intera filosofia esistenziale: giunta al termine dei suoi giorni per una terribile malattia, gli dirà di aver capito che ciò che l’ha fatta soffrire amaramente in realtà è accettabile, “dipende da quale punto si osserva la vita; perché la vita stessa è così: una ripetuta contraddizione dove la vita è anche la morte, dove il piacere è anche dolore e dove la felicità è anche sofferenza”.

E. ci regala così forse il più grande insegnamento del romanzo: l’amore vero non conosce addii ma solo arrivederci. Se si guarda alla vita con questa consapevolezza, forse, si potrà vivere la vita senza l’inferno nel cuore.

 

 

 

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                                                                           Recensione breve su 

                                                                       Con l’inferno nel cuore  

                                                                 

                                                                         Arch. Beppe Provenzale

 

      

Il protagonista assoluto è il Tempo che nel suo correre, rallentare, trascorrere e anche nel suo ricordo, crea sentimenti, li modifica, annulla o esalta. Li giustifica anche perché è assunto come entità superiore cui tutto può fare riferimento.

 

E’ un romanzo novecentista dove la trama scorre piana ma preparando colpi di scena: la struttura narrativa è quella della letteratura inglese del Settecento, raccontata un po’ calligrafica, con vivacità e maggiore incisività in quei tagli traversi e salti di scala che riportano gli avvenimenti alla logica del racconto.

 

I personaggi non si lasciano approfondire e affidano la loro caratterizzazione ad aggettivazioni non sufficienti. Gli aggettivi “bello, buono” ecc. non possiedono un significato universale e il loro gradiente di comprensibilità dipende dal lettore che può “partecipare” o restare indifferente. Piuttosto che definire “bella” una cosa sarebbe meglio che venisse definita con parole che suscitano nel lettore una sua “sensazione” di bello.

Queste aggettivazioni riguardano maggiormente la descrizione del contesto in cui si muovono i protagonisti che sembrano agire dentro una quadra cinematografica o una sceneggiatura teatrale.

Di fatto una sceneggiatura ricca di appunti per una regia che dovendo confezionare un prodotto da fruire per immagini esclude il lettore dall’essere protagonista dell’atto di lettura.

Gli intermezzi che vogliono spiegare tutto rallentano il ritmo della narrazione e l’attardano in descrizioni che appesantiscono la narrazione.

 

I dialoghi sono stringati e volti a creare una scena immediatamente comprensibile oscillante tra un prima dell’inizio del romanzo e l’anticipazione dei suoi passi successivi.

 

 

                                                                                                                                  Arch. Beppe Provenzale

 

Milano 23.2.13

 

 

Daniela Fava Copyright (c) 2011   Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy
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