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Recensione del commediografo siciliano Giambattista Spampinato, pag. 1
Prima di dare corso alla presentazione dell’ultimo nato dei libri di Daniela Fava dal titolo “In scena… Tre storie per il Teatro”, (ricordo che Daniela Fava ha già pubblicato quattro romanzi dal titolo “Storie di un amore infelice”, “Le radici dell’amore”, “Con l’inferno nel cuore” e “Oltre i limiti della ragione”), considerato che in quest’ultimo libro il contenuto è diverso dei precedenti perché trattasi di tre opere teatrali, mi sembra opportuno fare una premessa e porci una domanda: che cos’è il Teatro? Teatro inteso, non come spazio dove hanno luogo le rappresentazioni di opere teatrali, ma il significato etimologico della parola.
Il Teatro ha diverse definizioni: c’è chi dice che è droga; altri dicono che è vita, che è qualcosa che mette in gioco i sensi; altri ancora dicono che è la possibilità di tirarsi fuori dalla realtà, rappresentando la realtà creata da altri; altri affermano che è il modo di esprimere i propri sentimenti e farli capire agli altri, riuscire a farli commuovere, divertire e a farli immedesimare nello stesso tempo; in fine, l’enciclopedia libera “Wikipedia” afferma che il Teatro è un insieme di differenti discipline, che si uniscono e concretizzano nell’esecuzione di un evento spettacolare dal vivo; proveniente dal greco théatron, che significa “spettacolo”, comprende le arti tramite cui viene rappresentata una storia, sotto forma di testo recitato o drammatizzazione scenica, utilizzando una combinazione variabile, di parola, gestualità, musica, danza, vocalità, suono e, potenzialmente, ogni altro elemento proveniente dalle altre arti performative. Proprio di questa combinazione variabile di elementi e di definizioni Daniela Fava ne fa tesoro nelle tre storie del suo libro.
Fatta la premessa, considerato che il tema del libro tratta questo argomento, è giusto passare all’illustrazione del suo contenuto.
Come abbiamo detto, il libro contiene tre storie o atti unici dal titolo: “A modo mio”, “Lettera a mia madre” e “Odissea di un migrante”. Storie che, in maniera diversa, esprimono tre stati d’animo, piene di pathos, di cariche emotive e di commozione dei protagonisti delle storie stesse.
La prima storia dal titolo “A modo mio”, che ha vinto il secondo premio alla XII edizione del Concorso Internazionale “Premio Teatrale “Angelo Musco” 2012 a Giardini Naxos, indetto dall’Accademia Internazionale “Il Convivio”, racconta di una coppia di sposi, insieme da otto anni che, a causa della sterilità della donna, non possono avere figli, con molta delusione del marito che si rifiuta di accettare questa situazione e con grande dolore della moglie che non accetta di essere considerata donna a metà, pur essendosi sottoposta ad ogni tipo di analisi e cure prescritte dal ginecologo. Enrico, che è il nome del marito, le consiglia la fecondazione in vitro, ma la moglie Giulia si rifiuta categoricamente perché vuole essere padrona del proprio corpo e della propria persona di cui ha tanto rispetto. La sua decisione è per lei emancipazione femminile, che significa prendere coscienza di ciò che si è, avendo rispetto prima per se stessi e poi per gli altri, e poter decidere liberamente del proprio corpo, sia che si intraprenda la via della fecondazione in vitro che l’accettazione della propria sterilità; l’importante che si scelga senza costrizioni, ma liberamenteL’autrice inizia la stesura della storia con una premessa che è il succo della storia stessa e che mi piace riportare per capire il pathos della protagonista della storia e il suo grido di dolore.
“Ci sono cose nella vita che, anche se ci sforziamo di capirle, anche se possediamo la somma di tutti i sapere e conoscenze, non possiamo comprendere finché non le viviamo in prima persona. C’è un silenzio interiore, pieno di lacrime, in molte donne, che sente il bisogno di urlare quell’urlo sordo che si portano dentro, di dire al mondo: A modo mio, anch’io esisto, poiché provo dei sentimenti: piango, gioisco, mi affliggo, dubito; creo quando, dinanzi ad un tramonto, emozionandomi, scrivo una poesia o trasformo quello scenario incantato in un dipinto; do vita quando, con la penna, animo un personaggio di un romanzo o di un film; o quando davanti ad uno spartito vuoto la mia penna riempie il pentagramma creando una musica dolce che trapassa l’anima; o quando gratuitamente regalo un sorriso a chi soffre; mi preoccupo di tendere una mano amica a chi è caduto nel burrone della vita o quando accolgo nella mia vita chi è rimasto solo: anch’io so fare qualcosa, per cui anch’io sono speciale, non sono una donna a metà!
Ogni donna, a modo suo, crea, dà vita, si preoccupa, tende una mano, regala un sorriso, sa fare qualcosa, indipendentemente dal fatto che abbia un figlio o no: ogni donna è speciale.
Ogni donna che ha un cuore per gli altri è una madre; ogni donna che è attenta a tutte le sensibilità, che è generosa nei sentimenti, che è tenace, che è forte e dolce al tempo stesso: è una madre, al di là del fatto che abbia figli o meno. Sono tante le donne così, belle e vigorose, che non hanno figli: delle vere mamme; così come sono tante le donne con figli, spente e sterili, che di materno non hanno niente.
Sono piene di lacrime, profonde, che toccano le corde dell’anima, le donne che serbano un amore infinito verso quel bimbo che portano chiuso nel cuore, che non avrà mai un nome. Quel figlio sarà sempre dentro di loro e non morirà mai, poiché non è mai venuto alla luce.”
Recensione del commediografo siciliano Giambattista Spampinato, pag.2
Riprendendo il racconto, Giulia viene abbandonata dal marito che non accetta il suo rifiuto alla fecondazione in vitro perché vuole dimostrare al mondo di essere sano come gli altri uomini, in grado di procreare e mettere al mondo dei figli. Giulia resta sola e, nella sua solitudine, la disperazione la assale e fa, in un monologo pieno di dolore e di pathos, una lunga riflessione piena di verità che la conforta, ma non lenisce il suo dolore. “Che colpa ne ho io se non riesco a dare una vita ad una creatura che vive ancora nel nulla? Non ho scelto io la mia condizione di sterilità. La natura non mi ha voluta dare la facoltà di procreare. Procreare, già, una parola così semplice, ma che suona dura e vibrante ai timpani per le tante r di cui è composta, la stessa r che si trova in sterilità ”. E continua a lungo a riflettere ad alta voce volendo dare una giustificazione al suo rifiuto alla fecondazione in vitro che le potrebbe causare dei problemi seri al suo corpo quali vertigini, nausea, vomito, dolori addominali ed anche, a volte, effetti tumorali. “La mia vita – dice - è altrettanto importante come dare la vita e devo avere rispetto per essa perché io esisto, sono viva”. Ma poi conclude la sua lunga riflessione con delle parole dure: “Se non posso generare una vita, come fa ogni donna, io che cosa sono? Non sono forse una pietra? Se ogni essere vivente fosse sterile come me, il pianeta sarebbe solo un ammasso di pietre in un gran deserto senza voci e senza alcun rumore!”L’ultima scena, finalmente, pone fine al dramma di Giulia con la rappacificazione col marito. Enrico, prima di andare via, aveva composto della musica, ma non aveva potuto completare la sua composizione. Giulia la trova e la completa sonandola al pianoforte. Enrico, che era tornato a casa per riprendere gli spartiti di quella musica, rimane ad ascoltare il concerto di Giulia e resta incantato per la dolcezza di quella musica e per le parole che pronuncia la moglie: “A modo mio ho capito che il fine per cui devo vivere è comporre musica, suonare il pianoforte, sperando che la mia musica infondi pace in chi l’ascolta e che possa giungere al cuore del figlio che vive dentro di noi. Sarò per lui la ninna nanna che suonerò ogni sera, sarò il canto che lo conforta e gli asciuga le lacrime, sarò la voce che lo chiamerà nel vento, sarà la nostra musica per lui”.La seconda storia affronta un argomento molto delicato, che per lunghi anni è stato tabu, sempre taciuto per una sorta di pudore: l’omosessualità, cioè l’attrazione sentimentale e sessuale tra individui dello stesso sesso.
Nel corso della storia alcuni aspetti individuali dell’omosessualità sono stati condannati perché venivano visti come un peccato ed erano proibiti e puniti da apposite leggi. Molte persone omosessuali, pertanto, hanno tenuta nascosta la loro natura a causa delle leggi contrarie e della disapprovazione altrui.
L’omosessualità femminile viene anche definita “lesbismo”, dalla città di Lesbo, patria della poetessa Saffo, che prediligeva le giovani fanciulle agli uomini e, perciò, la donna omosessuale viene anche definita “lesbica”.
Da studi fatti, è stato, però, assodato che gli omosessuali sono esseri più intelligenti, più sensibili dei cosiddetti eterosessuali, ne fanno testo gli innumerevoli personaggi dell’arte e della letteratura appartenenti a questa categoria.
Il secondo atto unico di Daniela Fava tratta, appunto, di una ragazza che scopre di essere omosessuale, ma non ha il coraggio di confessarlo alla madre con la quale ha avuto sempre un rapporto bellissimo.
Finalmente, lo stesso giorno in cui compie 25 anni, decide di confessarsi con una lunga lettera piena di pathos e di dolore.
Scrive di avere avvertito i primi segnali della sua diversità alle scuole medie, quando le sue compagne adocchiavano qualche ragazzo per scambiare i primi baci, mentre lei se ne stava in disparte. Alle scuole superiori, mentre le compagne s’interessavano sempre più ai giovanotti, lei al contrario s’interessava alle compagne amandole in silenzio. Ma ciò che le faceva più male era confessare a se stessa la sua omosessualità e ancora più male essere tollerata da chi aveva capito la sua natura. “Non c’è niente di più intollerabile del venire tollerata come persona da un’altra persona”, scrive Daniela, perché Clara, la protagonista dell’atto unico, non vuole essere tollerata, vuole essere accettata per com’è: un essere umano.
Il suo primo bacio dato ad una amica, di cui si era innamorata, fu traumatico per la riprovazione e il disgusto dell’altra, che non rimase zitta per quell’atto d’amore da parte di Clara, raccontò tutto ai compagni, che cominciarono a guardare Clara di cattivo occhio e ad emarginarla.
“Perdonami, mamma, scrive ancora Clara, se, come le altre ragazze, non potrò mai indossare l’abito bianco da sposa perché tua figlia è una diversa, come è solito essere etichettata in questi casi da parte della società che non comprende, non si sforza di mettersi nei panni di chi soffre e sta lottando per la propria identità negata”.
Confessa, in fine, dopo tanta sofferenza e solitudine interiore, di aver trovato la pace con se stessa e l’amore di Cristina, omosessuale come lei, con la quale comincia a provare quelle sensazioni piacevoli e sconvolgenti che non aveva mai provato prima.
Finalmente Clara ha il coraggio di tornare a casa ed incontrare la madre che l’accoglie tra le sue braccia. La storia si conclude con la madre che confessa alla figlia queste precise parole: “Capisco solo una cosa: ti amo per come sei, perché sei mia figlia!”.
Recensione del commediografo siciliano Giambattista Spampinato, pag. 3
La terza storia è dedicata ai nonni materni dell’autrice, Nicola e Francesca, emigrati in Germania nel 1961 in cerca di lavoro, come tanti altri corregionali che, con le loro valige di cartone, legate con lo spago per non aprirsi durante il viaggio, emigrarono nel nord Italia, in Svizzera, nelle miniere del Belgio, in Germania e altri ancora in America, come già era avvenuto nel secolo scorso dopo le due guerre mondiali. Molti lasciarono la loro casa e i loro affetti e partirono senza un soldo in tasca, ma con le lacrime agli occhi e l’amaro nel cuore. Per sfamarsi durante il viaggio portavano una forma di pane duro e un pezzo di formaggio stantio. Viaggiavano ammassati dentro una carrozza di terza classe dai sedili di legno che rompevano le ossa o stipati come bestie nella pancia di una traballante nave che doveva attraversare l’oceano per raggiungere una terra a loro sconosciuta, diversa da quella che lasciavano, dove si parlava una lingua incomprensibile per loro che parlavano il loro dialetto e, a stento, masticavano un poco d’italiano, ma, soprattutto, andavano incontro ad umiliazioni e a stenti e ad usanze sconosciute, e all’incertezza di trovare subito un lavoro per sopravvivere e per inviare alle mogli e ai figli, rimasti a casa, un po’ di soldi per potersi sfamare. Alcuni, dopo qualche anno, tornarono con un gruzzoletto, frutto dei loro sacrifici e delle loro privazioni in terra straniera, come i nonni di Daniela, altri non tornarono più, scegliendo la terra dove erano emigrati per loro seconda patria, o vi lasciarono la vita come le vittime della miniera di Marcinelle nei pressi di Charleroi, in Belgio, dove vi furono 262 morti tra cui alcuni italiani.
Oggi, invece, è all’incontrario: la terra promessa è l’Italia; ma no, purtroppo, per la nostra gente di cui, per ogni tre famiglie, una è dichiarata povera dalle statistiche ufficiali. E’ terra promessa per gli immigrati dell’est, per quelli provenienti dall’Asia e dall’Africa. Sono proprio loro ad arrivare in massa dalla Romania, dalla Polonia, dall’Albania, dove le frontiere sono aperte, o dall’Africa attraversando il Mediterraneo su traballanti barconi e si adattano a fare i lavori più umili e più pesanti di manovalanza, non consoni ai nostri giovani disoccupati, laureati o diplomati.Qualcuno di questi africani muore durante il viaggio, i fortunati, che toccano terra, si danno subito da fare per trovare un modesto lavoro.
Recensione del commediografo siciliano Giambattista Spampinato, pag. 4
Chi non vi riesce, si pone nei pressi dei semafori per lavare i vetri delle auto di passaggio per una modesta moneta o a spacciare droga.
Le giovani donne più avvenenti, invece, soprattutto romene e albanesi, ma anche africane, invogliate da criminali, privi di scrupoli, arrivano col miraggio di trovare lavoro e benessere; vengono, invece, costrette ed avviate alla prostituzione e se si rifiutano, vengono punite selvaggiamente. Sono poche quelle che riescono a salvarsi trovando il coraggio di denunciare i loro aguzzini; altre, che non hanno quel coraggio, sono costrette a continuare la loro miserevole vita e, quando non riescono più a soddisfare economicamente i loro sfruttatori, vengono eliminate.
Questa, purtroppo, è la realtà a cui dobbiamo assistere impotenti perché i nostri governanti sono incapaci di eliminare questo obbrobrio. Sono, invece, gli abitanti di molti quartieri periferici delle nostre città, invasi da prostitute e spacciatori, che si ribellano lottando contro la delinquenza che li protegge e, spesso, riescono a ripulire i loro quartieri uscendone vittoriosi.
Giambattista Spampinato
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